martedì 24 dicembre 2013

Posted by Iride On 11:56
Ma non quella che è la gioia dei bambini e di molti adulti. Non è quella che cade leggera coprendo il mondo nel suo abbraccio. Non è fredda, ma uccide più del gelo.

La figlia adolescente della compagna di mio padre ha passato l'estate a farsi di acidi e cocaina, da un paio di mesi è chiusa in casa e il suo - obbligatoriamente - ex, maggiorenne, è stato denunciato per spaccio. Più che denunciato, "riferito" alla polizia, e per ora è a piede libero. Ecco. Io l'ho scoperto meno di una settimana fa, fino a ieri la ragazza era a casa mia per cambiare aria, ma è diventata subito pesante. L'aria, dico. Si sta valutando il da farsi, centro di disintossicazione sì o no, psicologo, cambio scuola, e via dicendo, ma tutto sembra troppo o troppo poco. Non ha dipendenza fisica, nessuna crisi o roba del genere, ma è manipolabile mentalmente. Che consigli si possono dare? Ho avuto uno zio drogato e le ho raccontato la sua triste vita, ma ho 10 anni più di lei, mi vede troppo grande per darmi retta, credo.
Così queste feste sono oscurate da un peso sul cuore, da musi lunghi e parole sospese.
Non sono ancora cominciate queste feste che sono già sfinita. La cosa non mi riguarda direttamente ma getta un'ombra, e mi rende nervosa, cosa che in questo periodo per me significa gettare benzina sul fuoco.
Volevo essere un po' allegra in questi giorni, avevo preparato un post carino per Natale. Forse lo pubblicherò più avanti. Questo è scritto di getto, è sconclusionato.

È la festa della famiglia, quella vera. Dell'amore, per credenti e non. Tutto, il bene, il male, vanno sotto lente in questi giorni, appaiono ingigantiti. Tutto è più bello o più triste, forse entrambi.
Chi ha famiglia, la ami. Chi non ce l'ha ami se stesso, è molto più difficile.
Buon Natale eh... auguri. Qualcuno mi dica poi che gli è andata bene, per favore.
Ci deve pur essere nel mondo qualcuno che le passa bene, ste feste del cazzo.


sabato 14 dicembre 2013

Posted by Iride On 14:01
Gemelli: 
Circa duemila anni fa, il medico romano Scribonio Largo propose tre diversi tipi di dentifricio. Uno conteneva cenere di corna di cervo bruciate, la resina aromatica di un arbusto sempreverde chiamato lentisco e un minerale raro chiamato clorammonio. Il secondo era una miscela di farina d'orzo, aceto, miele e salgemma. Il terzo era composto da rafano seccato al sole e polvere di vetro. Con un po' di fantasia, potremmo dire che questi tre dentifrici somigliano metaforicamente alle scelte di vita che ti trovi davanti in questo momento. Ti consiglio la seconda ricetta. E, come minimo, evita la terza. 

»L'oroscopo di Rob Brezsny


Il senso qual è, quello della sana via di mezzo? In questo modo cureremo il sorriso da porgere alla vita. Ma perché sorridiamo? È davvero sempre necessario, o sufficiente?


I denti. Quelli che mostriamo non come minaccia - come fanno gli animali che poco badano ai convenevoli - ma che siamo costretti a mostrare in un sorriso inamidato davanti a situazioni e persone che meriterebbero labbra strette. Bisogna essere positivi, allegri, perché il mondo ce lo chiede. Per lo stesso motivo per cui non bisogna portare rancore, provare rabbia, invidia, lussuria. Tutte cose accettabili solo se sono il nome di un nuovo gelato o di un accattivante prodotto makeup. Così con il rossetto o meno, bisogna distendere e aprire le labbra, mostrare i denti, dritti o storti. Anche quando ci si sente come con quel pezzo di lattuga tra i gli incisivi. Allegri, positivi, pieni di speranza. Allegri positivi e pieni di speranza. Allegripositiviepienidisperanza. Un loop infinito che nel suo cerchio perfetto va ad escludere tutto ciò che potrebbe mitigare quella maschera dal sorriso teso e agghiacciante (ci sarà un motivo se i clown mettono i brividi a tanta gente). Non importa se vuoi solo metabolizzare i tuoi sentimenti, devi nasconderli per non guastare la composizione. Una pecora nera è la carie in un gregge di denti bianchi e perfetti. 
È negata la libertà di essere infelici, perché rende difficile il lavoro a chi finge, un po' come mangiare un piatto di carbonara gomito a gomito con chi sta a dieta ferrea. Nessuno ti chiede perché sei triste, vuole solo che tu non lo sia. Vuole solo che nascondi la tristezza per non turbare il suo fragile e precario equilibrio incrinando quel sorriso da spot con l'alito che puzza. 


Non è possibile tornare a sorridere sinceramente se si è impegnati a mantenere un sorriso finto, si finisce col confonderli, con accontentarsi della maschera.

Poter essere liberamente infelici, tristi, arrabbiati, getta le basi per il ritorno al sorriso, quello vero. È più opaca certo, l'infelicità, ha i denti gialli ma distingue la maschera, bianca, levigata col vetro.




14 dicembre 2013

venerdì 13 dicembre 2013

Posted by Iride On 14:59



mercoledì 11 dicembre 2013

Posted by Iride On 10:52
Àkuma

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l'immortale mano o l'occhio
Ch'ebbe la forza di formare la tua 
Agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte poté
Torcerti i tendini del cuore?


E quando il tuo cuore ebbe il primo
Palpito, quale tremenda mano?
Quale tremendo piede? 
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne 
i terrori funesti?

Mentre gli astri perdevano le lance
Tirandole alla terra e il paradiso
Empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando
il suo lavoro,
Chi l'agnello creò, creò anche te?


Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte, 
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?


(William Blake)



Amo questa poesia e la dedico al mio gattino scomparso un anno fa, investito come tanti ogni anno. Vivendo in campagna e vicino ad un incrocio sono ormai abituata ai gatti che vanno e vengono, che scompaiono per tornare dopo giorni o per non tornare affatto. Però Akuma era speciale, aveva lottato per vivere. 
Masticato, letteralmente, dal cane di mia sorella, lo avevo accudito come meglio potevo nella speranza che sopravvivesse: lo adagiavo su un grosso peluche perché le ossa rotte non gli facessero male, lo imboccavo, già il fatto che riuscisse a mangiare era un buon segno, significava che non c'erano lesioni interne gravi, che altrimenti avrebbero tolto ogni speranza. A chi si chiederà perché non l'ho portato dal veterinario posso solo dire che appartengo a gente che è cresciuta in mezzo agli animali, che li rispetta ma non li umanizza, e lascia fare alla natura il suo corso. Ma soprattutto il fatto è che non avevo soldi per un veterinario, detto papale papale. Così gli ho dato amore e carezze, e ho sperato. Nei giro di qualche giorno ha risollevato la testa e poi tutto il resto, ed ho potuto accertarmi dei danni senza rischi. Una zampa anteriore era divenuta inutilizzabile, storta e se la sarebbe trascinata fino alla fine. La coda aveva preso una forma a ricciolo che lo rese unico. Lo chiamai Àkuma, demone. Perché era nero ed era scampato alla morte. 
Era una scheggia, Akuma. Nonostante l'handicap correva tantissimo e mi tagliava la strada facendomi tirar giù i santi. Era un coccolone, Akuma. Quando ci riusciva se ne stava tranquillo a guardarmi lavorare con le piante a patto che ogni tanto allungassi la mano guantata per grattarlo sotto il mento. Quando non ci riusciva mi dava il tormento per una coccola. Avrei tanto voluto tenerlo in casa, perché avevo già previsto che prima o poi quella menomazione lo avrebbe messo in pericolo attraversando la strada nel periodo di calore, ma non è possibile tenere al chiuso un animale nato e cresciuto libero di muoversi. Ha vissuto i suoi giorni da leone a testa alta, coda ricciuta e zampetta elegante.



sabato 7 dicembre 2013

Posted by Iride On 11:28


Lo so che qualcuno di voi sarà lì, oggi o domani. Stolti!


Io ci ritornerei solo per le polpette...

7 Dicembre 2013

giovedì 5 dicembre 2013

Posted by Iride On 22:15

http://www.boredpanda.com/must-see-historic-moments/
soldato americano sconosciuto,
guerra del Vietnam 1965




La fotografia è il nostro tardis.


5 dicembre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

Posted by Iride On 22:32

viene ufficialmente soppresso l'indice dei libri proibiti.





domenica 1 dicembre 2013

Posted by Iride On 12:59

Muscoli intirizziti: licenza di non fare un accidente tranne sbattere le ciglia.
Mani e piedi congelati: strumenti di tortura.
Labbra irritate: rossetto nude mauve a lunga tenuta.
Mal di gola: ingurgitare roba bollente, cominciando con un tè per distrarre la folla finendo al Ciobar attraverso litri di caffè.
Brividi: riscoperta della fede. Spessi abiti liturgici e accorate bestemmie alle divinità del fuoco invocate col pellet.

Uinte is coming. Copriteve.


1 dicembre 2013

giovedì 28 novembre 2013

Posted by Iride On 10:27


28 novembre 2013

lunedì 25 novembre 2013

Posted by Iride On 23:10

La giornata contro la violenza sulle donne ormai è quasi finita, forse però è il caso di parlarne, anche se non mi piace ricordarlo. È importante per far capire come ci si sente, a tutti, perché tutti hanno una madre o una sorella o una compagna o una figlia. Sentirsi braccati. Non avevo pensato di farci un post, prima di leggere quello di bussola.


Ho rischiato di essere rapita, tre o quattro anni fa, in pieno giorno. 
Era domenica, l'ora di pranzo, per cui la brava gente era in casa a mangiare, tranne me che andavo a trovare mia zia, dopo lunghe insistenze perché non ci andavo mai, preferendo godermi il riposo dalla settimana universitaria. 
Arrivata a Gallarate, a un certo punto mi accorgo che un ragazzo mi ha seguita dalla stazione in una strada di solito trafficata ma solitaria a quell'ora, quel giorno, via Torino. Non c'è davvero un'anima e mentre cerco di distanziarlo, si affianca una macchina con un tipo che mi segue in prima anche dopo avergli rifiutato il passaggio. Vado avanti senza sapere cosa fare, la paura aumenta e prego che spunti qualcuno. Poi il miracolo. Se non fosse passata quella signora con un enorme pastore tedesco non so come sarebbe finita. L'ho praticamente placcata chiedendo aiuto, la voce quasi rotta, e i miei orchi hanno dovuto annullare l'operazione. 
Mi sono fatta accompagnare alla polizia ma non sono entrata, non avrei saputo descrivere i due mostri che ormai se l'erano squagliata, e io volevo solo rinchiudermi dentro quattro mura solide. Chiamo mia zia che mi viene a prendere. Sono stoica mentre nell'attesa parliamo con la mia salvatrice di come sia assurdo che in pieno giorno succedano queste cose, ma la voce trema e mi tradisce. Appena lei arriva mi fiondo in macchina senza neanche ringraziare come si deve la signora, ripensandoci me ne dolgo, ma ero psicologicamente al limite. Chiusa la portiera sono scoppiata a piangere.
Quando le ho raccontato bene la faccenda mia zia ha sminuito la cosa, ridendo, forse è per questo che non ne parlo mai. Non sono una donnetta, e il non essere capita mi ha bloccata, non ho mai voluto fare tenerezza a nessuno, ma in quel momento avrei voluto comprensione. Io so per certo che se non fosse passata quella donna a un certo punto il ragazzo dietro di me mi avrebbe spinta a forza dentro l'auto e l'altro avrebbe sgommato via in fretta. Ricordo bene che il periodo era proprio quello in cui a Gallarate c'erano state aggressioni e rapimenti di donne. 
Il giorno dopo ero obbligata a tornare a Milano ed ho cercato di non permettere alla paura di dominarmi, però è stata dura davvero. Avrei voluto essere accompagnata alla stazione perché ero ancora scossa, ma lei era in ritardo al lavoro e così mi porta a metà strada. Mi sono fatta forza, non mi piace essere debole e mi sono fatta coraggio, in seguito mi sono detta che forse era stato meglio così, affrontare subito la paura.

Rientrata a Milano, ero salva. Tanta gente, nessuna strada vuota. Ho amato quella folla fredda e indifferente.

Non ho mai perdonato mia zia per non aver capito come mi sentivo. 
La morale di questo racconto riguarda l'atmosfera di indifferenza e solitudine che chi subisce queste cose deve affrontare oltre al resto, all'abitudine, che rende accettabile certe cose e porta a sminuirle, pure.

È questa la vera violenza su di noi.


25 novembre 2013

venerdì 22 novembre 2013

Posted by Iride On 16:32
Già alle 15.30 le tortuose strade che portano alla città erano allagate dall'acqua che scendeva dalle colline. 


Il letto asciutto di un vecchio fiume era tornato gonfio d'acqua come se non se ne fosse mai andato. Il ponte che lo sovrasta crollato anni fa assiste impotente, i campi sono trasformati in laghi e paludi. Appena entrata ad Olbia, attorno le 16, i locali sul porto avevano l'acqua sugli usci, da lì a un'ora e mezza, dentro le case e a metà altezza delle auto. Finita la mia lezione di guida quasi nautica in strade più elevate, siamo rientrati in fretta lasciandoci per pochissimo – come la mattina dopo abbiamo accurato dai canali principali – l'alluvione che ha messo in ginocchio una città costruita sull'acqua. Con una macchina vecchia che ha minacciato di spegnersi più volte per l'acqua nel tubo di scappamento, ci siamo allontanati affrontando una bufera che ci ha risparmiati per pochissimo.

Un evento che speravo avrebbe occupato i palinsesti del tg regionale, ha invece monopolizzato quelli nazionali, presentando con molti filmati le coseguenze di uno spettacolo che mi sono lasciata alle spalle poco prima di diventarne parte. Uno spettacolo che definirei...magnifico, nel suo pieno significato. Una maestosità agghiacciante, un misto di meraviglia e terrore in un simile dispiegamento di forze. Non sapevo davvero se essere eccitata o spaventata, era surreale, apocalittico.
Poco tempo fa ho ricordato una citazione per la quale Dio è nella pioggia. 
Beh, lui lì c'era. Nella sua prima versione biblica. E se non lui, qualche divinità antica piena di antica rabbia. Non avevo mai visto tanti lampi in vita mia, mai tanta acqua, tanto cielo nero e rombante. È uno spettacolo cui nel bene o nel male assisti una sola volta nella vita. Si riporta sempre una sensazione di piccolezza di fronte a questi eventi, io riporto soprattutto una sensazione di inesistenza: noi non contavamo niente quella sera, noi non c'eravamo neanche, spettatori e vittime casuali di una battaglia epica tra elementi, la stessa inutilità dei mortali trasmessa dai racconti epici che narrano di scontri tra titani e divinità rancorose. 
Formiche, piccole e incalacolate. Quelle che muoiono schiacciate quando i bambini corrono sui prati, quelle stritolate dagli innamorati sdraiati a prendere il sole durante il picnic. Questo eravamo. Nessuna intenzione, nessuna cattiveria, quella divinità non puniva noi, puniva il mondo o dispiegava se stessa, e noi eravamo troppo piccoli per essere presi in considerazione, inesistenti, come le formiche in una passeggiata sul prato. 

Mercoledì sono tornata in città per l'esame della patente, e nell'attesa della prova si è parlato molto dell'unico argomento possibile. Una ragazza di 18 anni che come me doveva affrontare l'esame, mi ha raccontato di come l'acqua le sia arrivata alla gola mentre era in casa coi nonni, non sapendo cosa fare per mettere in salvo due anziani mentre lei avrebbe potuto nuotare fuori, si sono mantenuti a galla fino ai soccorsi, così mi è parso di capire.
Mercoledì tra strade insabbiate e traffico al minimo, un silenzio surreale per una città anche piccola come Olbia. Le pompe aspiranti ancora al lavoro, nei negozi dei cinesi la corsa alle galosce di qualsiasi misura.
Ricorderò per sempre di aver fatto la mia ultima lezione di guida poco prima della tragedia. Ricorderò di avere preso la patente in un territorio devastato, la mia esaminatrice troppo presa a commentare la devastazione per badare ai miei eventuali errori. 

Ora la gente cerca di rimettersi in piedi, con non poca fatica. Casa mia è fortunatamente in alto sul livello del mare, quindi l'acqua non ha fatto danni, non siamo stati toccati, ma a cento metri da noi c'è chi ha perso tutto. Quelli che io chiamo i veri morti di questa alluvione, coloro che hanno perso tutto quello che avevano e che finito il tempo della commozione verranno dimenticati, che piangono ed hanno lo guardo vacuo, che avevano investito tutto nella loro attività o nella casa e oggi si ritrovano con niente. Persone le quali senza contare la crisi, buona parte di loro guadagna davvero solo tre mesi l'anno. Ora non possiedono i mezzi per rimettersi in piedi. Degli amici di famiglia con due figli hanno avuto la "fortuna" di perdere solo le due auto e la cantina che date le piccole dimensioni dell'appartamento al secondo piano, fungeva da armadio, sicché sono rimasti con pochi abiti. E gli è andata bene. 
In città molti sono ancora senza gas e senza luce, e manca l'acqua corrente a tutti.

Essendo stata proclamata la calamità naturale, non saranno le assicurazioni a rimborsare, ma lo Stato. 
Cioè rimborsi dilatati in tempi infiniti, tempi inutili.

Come ha detto la mia esaminatrice durante l'esame-tour della desolazione: piove sul bagnato.

sabato 16 novembre 2013

Posted by Iride On 12:12

Approfittando subito di un momento di sorte favorevole, pubblico un post prima che la mia sfortunata connessione internet abbia qualche ricaduta come l'ultima, durata una settimana di silenzio. Anche ora che scrivo la connessione va e viene. Bestemmio Tiscali  e penso a voi. Molto poetico.

Rispondo al post di MichiVolo riguardo la "lavagna dei desideri", un progetto globale nato dalla riflessione di Chandy Chang sulla morte prematura. La frase Before I die I want to... ha invaso le pareti di tutto il mondo lasciando la libertà ai passanti di completarla con sogni e desideri, superando in portata il nostrano "Nel mulino che vorrei".


Così ho deciso di stilare la mia lista, o meglio di trascriverla, poiché esisteva già nei punti più salienti. Ovviamente riflettendoci di più viene fuori una lista quasi infinita, ma ho cercato di ridurla ai desideri più impellenti e soprattutto realizzabili: sì perché so bene che non potrò mai vedere il mondo dallo spazio :(

Ecco dunque la mia lista.

Prima di morire vorrei...

Trovare qualcuno che mi ami davvero, con pregi e difetti. Qualcuno di cui potermi fidare completamente.

Avere dei figli. Una bambina almeno, e poi un maschietto.

Avere una casa mia, con una stanza grande da adibire a libreria. Ma andrebbe bene anche un buco, purché fosse tutto mio. In montagna, magari. Anche se il mio vero sogno è trovare una vecchia grande casa abbandonata da rimettere a nuovo.

Vivere però in una grande città, lontano dalla mediocrità paesana.

Avere un lavoro dignitoso (che mi piaccia o meno, ormai mi interessa poco) e che mi permetta di fare una piccola spesa extra senza l'ansia di non arrivare a fine mese.

Imparare una lingua straniera oltre l'inglese. Mi piacerebbe il romeno.

Fare un'escursione nei boschi.

Fare il bagno nuda nel mare, andando incontro al sole che sorge.

Imparare a suonare il piano. E possedere quello calpestabile lungo 6 metri che sta al Fao Schwartz di NY. 

E voglio imparare anche l'hang, cavolo!

Vedere il mondo, o almeno una piccola parte: Scozia e Giappone.

Riuscire ad andare a un concerto dei Muse. Prima che si sciolgano o vadano in pensione...

Accarezzare un opossum.

Festeggiare il Natale come si deve.

Arrivare al mio peso forma in un trionfo di gnocchitudine, per una volta.


Però come da titolo, ora come ora mi basterebbe una connessione funzionante.



E cosa volete fare voi, prima che la morte galoppi nella vostra direzione?







16 Novembre 2013

sabato 9 novembre 2013

Posted by Iride On 10:38
Una soleggiata mattina di novembre hanno abbattuto il mio albero.
Quello che proteso sulla scala per vent'anni ha ascoltato i miei pensieri sussurrando in risposta, scuotendo amorevolmente le braccia sulla mia testa quando gli sedevo vicino, su un gradino, piena di ansie e preoccupazioni. Una botta di senilità ha deciso che era troppo grande, troppo ingombrante, troppo vicino alla casa. Una pianta che ha impiegato 30 anni a crescere buttata giù in un'ora o poco più. 
Per capriccio e motivi fantasiosi.
Vincevo l'estate sotto la sua chioma, adesso la luce autunnale in quel punto è accecante, il vuoto in quel punto dà le vertigini. È stato il mio primo modello quando mi esercitavo a disegnare, affidandogli i miei sogni sul mestiere dell'artista. È stato il mio più caro confidente. Siamo cresciuti insieme. 
 Sto rileggendo il libro di Jean Giono.

Un seme di carrubo impiega 40 giorni, a nascere.






9 novembre 2013

venerdì 1 novembre 2013

Posted by Iride On 10:25
Ieri la connessione mi ha abbandonata improvvisamente e non ho potuto augurare una buona notte del 31. La mia è stata tranquilla ma piacevole, la lanterna ha irradiato la sua viva luce rossa. 
Il colore del fuoco e la sua danza, il suo odore, mi ipnotizzano. Nel buio e nella quiete, ho pensato molto fissando le ombre sul muro.






E come ogni anno ho innaffiato il tutto con tè e biscotti fatti in casa :)




sabato 26 ottobre 2013

Posted by Iride On 09:29
Vogliono insegnarmi a scolpire l'arrosto nel fumo.
In questi tempi amari, farà curriculum?


26 ottobre 2013

domenica 20 ottobre 2013

Posted by Iride On 14:37



Io non sono certo brava come lui
A volte però darsi alla fine dialettica è uno spreco.


20 ottobre 2013

domenica 13 ottobre 2013

Posted by Iride On 11:09

L'aria è fresca e profumata, il sole è gentile.
E ho un bel libro in mano.




Buona domenica :)


13 ottobre 2013

martedì 8 ottobre 2013

Posted by Iride On 10:56






Se esiste, Dio è davvero nella pioggia.

8 ottobre 2013

lunedì 7 ottobre 2013

Posted by Iride On 12:52
Un amico blogger mi ha chiesto di diffondere l'avviso della seguente manifestazione:


per chi fosse interessato, le info sono tutte su questo sito.

domenica 6 ottobre 2013

Posted by Iride On 10:51

So wake me up when it's all over
when I'm wiser and I'm older
All this time I was finding myself
and I didn't know I was lost
...


6 ottobre 2013

venerdì 4 ottobre 2013

Posted by Iride On 22:29
LamentationCharles Sprague Pearce

Pietà, pietà cuori duri 
pietà per l'uccello migratore 
che ha perduto un'ala in volo. 
Pietà per l'orfano gitano 
che s'è giocato a carte 
sella e cavallo 
suicida in una prigione. 
Pietà per il giovane Nessuno 
ucciso in Cina 
o un qualsiasi altro luogo 
clima razza condizione. 
Pietà per chi muore all'impiedi 
dentro una camera d'affitto. 
Pietà per chi cade 
pietà per chi si lascia cadere. 
Pietà, pietà cuori duri 
voi che siete sempre seduti 
e apprendete dai giornali 
la morte degli altri.

(Raffaele Carrieri)
Posted by Iride On 12:45
Adornment fieldsAdolphe William Bouguereau 







Io suono il piano
uno diceva
E io il violino
l'altro diceva
Io l'arpa io il banjo
io il violoncello
io il flauto... io cornamusa...
io raganella...
Gli uni e gli altri parlavano parlavano
parlavano di quello che suonavano.
Non si sentiva musica
tutti quanti parlavano
più nessuno suonava
ma in un angolo un uomo stava zitto:
"E voi mio signore che strumento suonate
voi che state lì zitto e non parlate?"
"Io suono l'organo di Barberia
e me la cavo col coltello"
disse l'uomo che fino a quel momento non aveva fiatato
e poi si fece avanti con il coltello in mano
e ammazzò tutti i musicanti
e suonò l'organo di Barberia
e così vera musica era la sua
e così viva e bella
che la bambinetta del padrone di casa
uscì da sotto il piano
dove per noia giaceva addormentata
e disse:
"io giocavo col cerchio
a palla prigioniera
giocavo al mondo
giocavo col secchiello e la paletta
giocavo ai genitori
giocavo a nascondino
giocavo con la bambola
giocavo con l'ombrello
con il mio fratellino
con la mia sorellina
giocavo a guardia e ladro
ma adesso basta! Adesso basta!
Adesso voglio giocare all'assassino
adesso voglio suonare l'organo di Barberia."
E l'uomo prese per mano la bambina
e andarono per case
per città per giardini
ammazzando tutta la gente che potevano ammazzare
dopodiché si sposarono
e fecero tanti bambini
senonché
il primo studiò piano
il secondo violino
il terzo arpa
il quarto raganella
il quinto violoncello
e poi cominciarono a parlare a parlare
la musica non si sentiva più
e tutto questo andò a ricominciare!

(Jacques Prévert)

4 ottobre 2013 
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